jueves, 16 de febrero de 2012

In time, comunismo made in Hollywood (Italiano)



Autore: Jon Juanma

data di pubblicazione: 21/12/11

Traduzione: Ciro Brescia

Nel testo L’ideologia tedesca, Karl Marx y Friedrich Engels affermano che «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti» vale a dire:
«la classe che ha a disposizione i mezzi di produzione materiale dispone con essi, allo stesso tempo, anche dei mezzi di produzione spirituale», cosa che fa si che «la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che ha i mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché a essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro che non possiedono i mezzi della produzione intellettuale» (1).
Con questa riflessione, tenterò di dimostrare perché il film nordamericano In Time (A tiempo o El precio del mañana (2), de Andrew Niccol attualmente nelle sale), nonostante l’utilità generale della citata premessa marxista, è uno dei film hollywoodiani con il messaggio più rivoluzionario di tutti i film realizzati sino a oggi nella storia del cinema. Come è possibile, quindi, che Hollywood, la stessa industria che è stata epicentro di gran parte della propaganda capitalista da circa quasi un secolo, produca ora una pellicola blockbuster che è tanto rivoluzionaria quasi come il Manifesto del Partito Comunista? Analizziamo e tentiamo di capire il fenomeno a partire da ciò che pretende essere un apporto alla teoria marxista della cultura, l’ideologia e le industrie culturali. Apporto che in nessun momento pone in questione la tendenziale validità della citazione riportata di Marx ed Engels, bensì tenta di correggere alcune interpretazioni meccanicistiche che non fanno altro che metastoricizzare e impoverire gli strumenti di analisi marxista per la rivoluzione sociale.
Per conoscere la sceneggiatura del film: siamo nell’anno 2161, gli uomini sono stati modificati geneticamente a tal punto che al compiere i 25 anni un timer vitale visibile sui loro avambracci comincia il conto alla rovescia, l’apparenza fisica rimane giovanile nonostante sia possibile vivere molto a lungo. A partire da questo momento, devono procurarsi il tempo se vogliono che il cronometro non arrivi a zero e quindi, morire. Il tempo è il denaro del futuro, la nuova divisa che rappresenta il valore di scambio. Si guadagna il tempo lavorando e si pagano i beni e i servizi con la stessa moneta, in tempo. Così facendo il cronometro genetico si rinnova nella misura in cui si spende o si guadagna la nuova moneta temporale. In questo futuro distopico la società è divisa in maniera brutale in tre classi: i super ricchi (pochissimi), i benestanti (pochi) e i poveri (la maggioranza). I poveri hanno sempre poco tempo e devono continuamente lavorare a gran velocità se non vogliono morire giovani (cosa che accade frequentemente). I ricchi possono arrivare ad accumulare centinaia, migliaia di anni, diventando in pratica immortali appropriandosi dell’eccedenza produttiva che estraggono dai poveri salariati.
Il protagonista della trama è un operaio (di fabbrica, per la precisione), il suo nome è Will Salas (Justin Timberlake) che vede morire sua madre prematuramente per l’impossibilità di pagare i debiti e il costante innalzamento dei prezzi con il quale l’elite governante strozza la classe operaia.
Improvvisamente la vita di Will cambia in maniera radicale quando incontra un ricco ubriacone in un bar di periferia.
Alcuni rapinatori tentano di lasciarlo senza denaro (senza vita) ma Will lo salva e questi a cambio gli rivela che non ha nessun senso vivere per sempre e l’immortalità dei ricchi si basa nell’alta mortalità pianificata dei poveri: «affinché i pochi possano essere immortali, molti devono morire». La metafora con il nostro sistema è evidente. In seguito il ricco (l’attraente M. Bomer) si toglie la vita senza che Will possa evitarlo e pochi minuti prima, mentre dormiva, gli regala un secolo di vita, essendo rimasto colpito per il suo buon cuore e la sua voglia di vivere. Con questo tempo di vita/denaro il protagonista decide di andare più in là delle periferie che sono separate da diverse dogane invalicabili per tutti quelli che non abbiano tempo sufficiente da vivere. In tal modo conosce il quartiere dei ricchi, coloro che hanno il vero potere: il distretto di New Greenwich (3). Comincia così, per Will, un’avventura che gli farà comprendere i limiti del sistema e le possibilità rivoluzionarie per sconfiggerlo mentre lotta per la sua stessa sopravvivenza con Sylvia (A. Seyfried), la figlia ribelle di un magnate della finanza di New Greenwich.
Il film è pieno d’insegnamenti rivoluzionari, marxisti, operaistici e internazionalisti. Per esempio, definendo il tempo come Tempo di Lavoro Socialmente Necessario (TLSN) (4) al fine di generare valore con le merci e con l’estrazione del plus-valore da parte dei capitalisti, il film pone l’accento sull’importanza dello spazio-tempo come centralità della lotta di classe. La pellicola contiene anche una critica esplicita all’ideologia neoliberale, che in un dialogo tra il protagonista e il magnate Weis, uno dei cattivi, quest’ultimo definisce il sistema come «capitalismo darwinista» giustificando ed appoggiando la conosciuta sentenza del darwinismo sociale di taglio liberale, la quale afferma che «solo i più forti sopravvivono». Dall’altra parte, per contrapposizione, il protagonista, afferma che: «Nessuno deve essere immortale se anche solo una persona deve morire», ergo nessuno ha il diritto di essere materialmente ricco se solo una persona non può soddisfare le sue necessità vitali. Una critica definitiva al sistema in cui viviamo.
Di seguito, Will e Sylvia chiariscono più di una volta, che, quando vanno a rapinare le banche del tempo, ciò che fanno non è rubare poiché il tempo (denaro) lo si sottrae ai peggiori ladri (la famosa “espropriazione degli espropriatori” concetto sostenuto nel Manifesto Comunista) (5). Inoltre, la figura del “crumiro/traditore di classe” è rappresentata da due personaggi: il guardiano del tempo Murphy e il famoso “minotauro” Fortis che appaiono come traditori della loro classe, poiché entrambi sono nati nel ghetto, ma vivono sfruttando i suoi abitanti. Lo stesso Fortis riconosce il suo ruolo e quello della sua banda quando alla presenza di Will afferma che la polizia gli permette di delinquere liberamente poiché mantiene il sistema sotto controllo, poiché a essere rapinati e assassinati sono solo quelli della sua stessa classe di appartenenza. Dall’altro lato, approfondendo le flagranti similitudini del mondo distopico del film con il sistema capitalista, ci imbattiamo con le dogane che separano i mondi di In Time, dove per poterle attraversare si deve pagare un alto importo accessibile solo ai capitalisti. Questo elemento è molto interessante, poiché nel film si afferma che non esiste, per nessuno, alcuna proibizione legale per attraversarle “liberamente” ma quando Will, un operaio, lo fa (con il denaro-tempo), scattano tutti gli allarmi del sistema con la figura del guardiano del tempo (il corpo repressore). Vale a dire: non esiste nessuna proibizione legale ma esiste, invece, un’impossibilità reale per la forza lavoro che corrisponde alla libertà quasi totale di movimento per i capitali, oppressione e restrizioni per la forza lavoro (dogane, permessi di residenza e lavorativi, cittadini di seconda classe con diritti limitati, ecc.). Un altro momento importante di In Time si ha quando si sostiene che il problema non è che Will e Sylvia stiano rubando denaro-tempo, quanto piuttosto che “il crimine” consista nel fatto che lo stanno regalando mettendo in pericolo l’esistenza del sistema nel suo complesso, consentendo agli operai, anche se solo momentaneamente, di avere il tempo per altre cose che non siano esclusivamente il produrre.
Altro aspetto interessante, parte molto umanista da evidenziare dentro il messaggio anticapitalista del film che smussa le interpretazioni marxiste più settarie, sanguinarie e meccanicistiche, si ha quando Sylvia chiede a Will se lui la odi per la sua appartenenza alla classe sfruttatrice e quest’ultimo gli risponde di no, poiché nessuno è responsabile per nascere dove è nato.
Vale a dire che nessuno sceglie dove cominciare “la partita”. Tale messaggio è molto importante perché Marx ha spesso evidenziato che la critica spietata ai capitalisti, la si fa in quanto membri in generale di una classe, non in quanto singoli. Possono esistere alcuni capitalisti che fanno più per la rivoluzione che molti operai, come è stato il caso di Engels, senza di lui Marx non avrebbe potuto essere ciò che fu e noi non avremmo potuto beneficiare della sua impressionante eredità storica. Per tanto, non è importante dove si nasce, ma cosa si fa con ciò che ci è dato. Un messaggio profondamente emancipatore.
Fino a qui mi sono limitato a spiegare alcune chiavi sul perché sostengo che il film possiede un messaggio rivoluzionario e umanista a tutto tondo. Non voglio, però, raccontarle tutte per non togliere il gusto agli spettatori che desiderino vederlo. Al contrario, invito seriamente tutti i rivoluzionari e attivisti del mondo a conoscere questo film e servirsi di In Time per organizzare discussioni di economia politica critica con le quali spiegare le interessanti connessioni tra il film e il nucleo dell’opera di Marx, Il Capitale. Con l’intenzione di facilitare il suo studio tra le masse operaie (specialmente con i giovani). Questo movie può essere un grande strumento per far arrivare a chi è privo di una formazione accademica, la teoria marxista di analisi del capitalismo e del materialismo storico, facendo le osservazioni necessarie, aiutando a illustrare la densa teoria di Marx con le eccellenti “immagini in movimento” che ci regala In Time.
Adesso passiamo ad analizzare come sia possibile che Hollywood abbia realizzato una pellicola con tale contenuto e che ciò ci serva per avanzare con la demolitrice critica alla nefasta teoria degli autori fatalisti della tradizione filo marxista come Adorno o Marcuse che teorizzavano l’impossibilità di una ribellione sistemica o reputavano impossibile l’emissione di un messaggio rivoluzionario dalle proprie industrie culturali (IICC). Questi autori intravedevano nelle IICC un blocco onnipotente (vale a dire che qualcosa o qualcuno sia onnipotente implica dotarlo di un’infinità impossibile nel mondo materiale, rinunciare alla rivoluzione e negare la stessa dialettica variabile del potere non come possesso ma come capacità sociale) (6).
La mia tesi, al contrario, è la seguente: se è vero che la produzione hollywoodiana si caratterizza per essere piena di film che tendono a rafforzare le ideologie della classe dominante come affermavano Marx e Engels, in alcuni ambienti storici esistono le eccezioni, per le quali la teoria marxiana deve dar conto di tali casi e spiegarne l'origine. Soprattutto quando il sistema nel suo complesso si ritrova in crisi per le sue contraddizioni e davanti a lotte tra gruppi o individui di talento speciale. È esattamente lo stesso che affermavano i due autori tedeschi a proposito della sovrastruttura politica nel tempo dell’instabilità: quando le differenti classi si trovano in conflitto aperto senza che si intraveda un chiaro vincitore (come a volte è successo tra la corona, la borghesia e l’aristocrazia agli inizi del capitalismo mercantile, come può succedere con il bonapartismo al’inizio del capitalismo industriale o altri momenti della lotta di classe). Questo non significa che possiamo aspettare che Hollywood maggioritariamente, e nemmeno significativamente, cominci a realizzare opere che inneggino alla rivoluzione socialista, tanto meno sotto l’egemonia produttiva capitalista. Ciò che noi marxisti dobbiamo imparare è ad essere critici, non dogmatici con la nostra stessa teoria e riuscire a comprendere dove sono le contraddizioni delle classi dominanti e come a volte possiamo approfittare a beneficio della nostra causa, anche nel terreno culturale. Dobbiamo anche essere capaci di insinuarci nelle faglie del sistema per potere costruire la contro egemonia con i mezzi che usa il capitale che sono, in definitiva, ciò che abbiamo (insieme con altri strumenti di sistemi storici precedenti). Distinguere gli elementi progressivi da quelli regressivi. Da qui possiamo comprendere il caso di In Time… chi sono stati gli agenti che partecipano nella sua produzione e diffusione?
Il film è distribuito nelle sale dalla 20th Century Fox, una delle grandi proprietà hollywoodiane appartenenti al conservatore Rupert Murdoch (che probabilmente non sa nemmeno dell’esistenza di questo film), e Regency Enterprises, casa di produzione e catena televisiva, che ha prodotto eccellenti film critici come JFK de Oliver Stone o la notevole A Time to Kill (Tempo di uccidere, di Joel Schumacher). La produzione di In Time è a carico della New Regency, filiale della co-distributrice Regency Enterprises, e della produzione Strike Entertainment, società di produzione di media grandezza che ha un accordo di first look con Universal (7), nel gergo legale hollywoodiano significa che tutti i suoi progetti devono essere offerti in prima istanza alla Universal e se questa lo rifiuta, la compagnia è libera di presentarla ad un’altra major. Per tanto possiamo ipotizzare, quasi con certezza, che In Time ha dovuto affrontare resistenza capitaliste e probabilmente è stata rifiutata dalla Universal prima che Regency le desse la luce verde, forse proprio perché la sceneggiatura risultava “eccessivamente politicizzata a sinistra”.
Facciamoci un’altra pertinente domanda: che accoglienza sta avendo In Time da parte dei portavoce della industria incaricata di promuovere o disincentivare il consumo della “merce culturale” tra le masse? Certamente il film, dunque, gode di un successo di botteghino rispetto all’investimento. Kyle Smith del New York Post (8), si è risentito per la propaganda marxista dell’opera, affibbiandole una stella e mezzo su quattro di giudizio critico e stigmatizzando il film perché «il futuro che mostra è totalmente passato di moda», che il film «non funzionerebbe nemmeno nella Russia del 1917» e che il «regista mente quando afferma che dietro ogni grande fortuna si nasconde un grande crimine». Smith, in quanto intellettuale organico alla borghesia, abbaia contro un film di Hollywood che senza dubbio può essere definito di ideologia comunista e termina riconoscendo che «promuove un programma redistributivo affinché gli operai del mondo si sollevino contro l’industria privata». Senza dubbio in questa ultima frase, in quanto mandarino del sistema, si concentra il nucleo della questione. Da parte sua, Peter Travers della presunta giovanile e “ribelle” super-vendita Rolling Stone (9), non potendo criticare in toto la sceneggiatura di taglio progressista, lo fa parlando male del film e riconosce che è stata pensata «per piacere al movimento Occupy Wall Street» come se ciò fosse qualcosa di riprovevole: produrre un’opera affinché piaccia ad un determinato gruppo (cosa che gli artisti fanno da quando esiste l’Arte). Pare che ciò non disturbi Travers quando i film si producono per il piacere di un pubblico che si possa orientare in senso sciovinista, razzista o neoliberale, come la grande maggioranza della programmazione blockbuster tende a fare. L’articolista afferma, giocando con il titolo del film, che se andiamo a vederlo saranno due ore perse del tempo della nostra vita. Forse Seyfried dovrebbe avvertire, usando lo stesso consiglio, coloro che sono soliti comprare Rolling Stone, che non è certo disegnata per chi vuole occupare Wall Street, piuttosto per coloro che preferiscono sostenerla, come il suo padrone Jann Wenner che dalla sua compagnia Wenner Media finanzia il Partido Democratico di Obama ed il clan Clinton (10).
Per quanto riguarda l’investimento di In Time, e relativamente all’appoggio della grande industria, è stato piuttosto discreto per un film di Hollywood: circa 40 milioni di dollari (quattro volte meno rispetto ai film più commerciali). Può, però, vantare di aver raccolto 117 milioni di $ (11). È da notare che la maggioranza di questi (82 milioni), proviene dall’esterno del mercato nordamericano, cosa che conferma la tendenza depressiva del mercato interno USA (tra l’altro a causa dell’impoverimento della sua classe operaia) e l’espansione all’estero, cosa che obbliga Hollywood, se vuole continuare a fare profitti, a realizzare opere ogni volta meno“statunitensi”. Capitalismo puro. Cosa che si nota anche in In Time, che con la sua estetica a-zonale potrebbe rappresentare il conflitto quartieri residenziali-ghetti (borghesia vs lavoratori) di qualsiasi città “occidentale” degli USA, ma anche del Sudafrica, della Spagna o del Brasile. Il film denota un linguaggio cinematografico mainstream non geolocalizzato, vicino ad uno stile internazionale con una scenografia sobria, senza artifici che enfatizzano la durezza della società personificata nell’abbrutimento della vita degli operai.
Pur non essendo un'opera maestra del cinema, In Time, è comunque un buon prodotto commerciale con un messaggio rivoluzionario; cosa che implica la possibilità che molti nel mondo, non militanti e nemmeno attivisti, andando al cinema per “passatempo” abbiano l'opportunità di “passarlo bene” e riflettere, allo stesso tempo, sul sistema nel quale viviamo. Senza dubbio più di uno di loro aprirà gli occhi e si unirà alla resistenza.
Per questo ringrazio Andrew Niccol, regista e sceneggiatore di In Time, per il suo contributo alla cultura pedagogica rivoluzionaria, insieme ai miei più sinceri auguri per aver realizzato un buon thriller che per tutta la durata ci mantiene attenti allo schermo e in più, ci invita (meglio ci esorta) a pensare criticamente sul nostro ruolo nel sistema in cui viviamo. Che si può chiedere di più al cinema in questi tempi che corrono segnati dal proto-fascismo capitalista finanziario?
Niccol che è già stato co-sceneggiatore del Truman Show nonché regista e sceneggiatore de Il Signore della guerra, ritorna a sorprenderci con un prodotto radicalmente distinto dal resto del repertorio blockbuster, che basa il suo appeal nell'argomento ribelle, il polso narrativo ed il richiamo che possono avere i co-protagonisti per i giovani: l'esperta attrice Amanda Seyfried e la stella della musica pop, riconvertita in attore con pretese “serie”, Justin Timberlake. Pur essendo vero che il film denota alcuni punti deboli come certe incongruenze narrative, la posta in scena di situazioni poco credibili o l'assenza di un maggiore metraggio che permetterebbe ai personaggi di guadagnare in profondità e complessità (probabile risultato dei limiti del finanziamento); non c'è dubbio, però, che il film meriti la pena di essere visto. La proposta dell'argomento si svolge, inoltre, insieme alla notevole fotografia della mano di R. Deakins, abituale collaboratore dei fratelli Cohen.
Per sgomberare il campo dai dubbi di coloro che pensano che nulla di buono possa venire fuori da Hollywood evidenziamo che il regista e sceneggiatore ha passato sei anni senza dirigere un film ed è tornato a farlo dopo molti progetti rifiutati. Essendogli stato chiesto, in un’intervista, come sia riuscito ad avere il finanziamento da parte di un grande studio quando il film critica radicalmente questi stessi conglomerati capitalisti, il regista di origine neozelandese risponde che «fortunatamente i produttori non hanno letto lo script (sceneggiatura)» ed è riuscito a vendergli il progetto focalizzando sul fatto che tutti i personaggi avrebbero avuto al massimo fino a venticinque anni di età, richiamo, quindi, per il pubblico potenziale della produzione: i giovani. Inoltre, Niccol, concorda con l'intervistatore T. Cook, che il film sostiene la necessità di «un’ampia e radicale rivoluzione» per il mondo intero (12).
Certamente, come indicavano Marx e Engels, in quanto marxisti dobbiamo assumere il ruolo di avanguardia del proletariato o, per dirla alla Gramsci, dell'intellettuale organico (a metà strada tra i libri e la pratica rivoluzionaria); per tanto dobbiamo evitare di ridurci, per antitesi, in ottusi settari con la testa quadrata e gli occhi bendati davanti alla complessa lotta di classe che si dispiega intorno a noi. Dobbiamo comprendere che anche se le industrie capitaliste riproducono l'ideologia dominate, ciò non significa che possano sempre farlo. Allo stesso modo, i grandi capitalisti (in quanto individui) non sono sempre dei fottuti figli della... loro madre. Viviamo in un momento di crisi sistemica e lungo la sovrastruttura culturale, si possono aprire crepe nella misura in cui gli artisti solidarizzano con le cause dei popoli e le crepe nella struttura economica permettano che si esprimano.
Se invece, diciamo ad un pubblico non mobilitato contro-egemonicamente che vede in In Time un film rivoluzionario, che tutto ciò che sale dalle industrie capitaliste è “immondizia”, stiamo falsamente assumendo che il suo potere è illimitato, dipingendo uno scenario piccolo borghese e nefasto per masse con le quali non entreremo in connessione né riprodurremo alcun cambio nel divenire storico.
Il marxismo è uno strumento rivoluzionario che deve nutrire la lotta popolare, non certo la disobbedienza di una benestante elite di carattere nichilista, a discapito delle lotte reali dietro gli uffici di qualche cattedra universitaria o di qualche eredità familiare. Dobbiamo dare spazio alla riflessione e all'autocritica nella teoria marxiana per comprendere che In Time è anche una merce, come qualsiasi prodotto umano nel mercato capitalista (così come lo sono le copie de Il Capitale di Marx nelle librerie, come la nostra connessione ad internet o l'acqua che beviamo). In Time anche è un prodotto frutto del lavoro umano oggettivato che ci permette di trasformare una merce capitalista in uno strumento per la comunicazione rivoluzionaria, la pedagogia marxista e la vittoria socialista che la sinergia di un presente gravido di umanità rovente ci reclama.
Valore d'uso e valore di scambio, questa è la questione. La costruzione (ed il successo) del socialismo internazionale consisterà nel riconoscere correttamente qual è il valore d'uso di un futuro di libertà, prigioniero nella forma di merce di un presente assediato dalle necessità e dal dolore, dove qualsiasi prodotto del lavoro umano è strappato via ed è reso un feticcio per la necessaria circolazione del capitale. Abbiamo bisogno di sapere quali prodotti umani ci serviranno per sviluppare una società senza sfruttamento di classe, in libertà ed uguaglianza, nonostante le sembianze di abbrutimento e alienazione sotto le quali sono nascosti nell'odierno sistema. Dobbiamo capire qual è lo scarto che dobbiamo lasciar morire nella tomba del capitalismo per non infettare la società del domani.
In conclusione, l’opera è certamente una merce che ha prodotto un ritorno economico di 117 milioni di dollari lordi suddivisi tra individui che in maggioranza non sono né anticapitalisti né tanto meno rivoluzionari, ma è anche un potente strumento che dobbiamo utilizzare energicamente per svegliare le masse rivoluzionarie addormentate sotto effetto del soma (13) del capitalista globale, somministrato in molte occasioni, tra gli altri, da Hollywood (14). Certo che lo sfruttamento capitalista non si evita rifiutando il cinema (15), ma abbattendo il sistema e per questo fine, In Time, ci può servire come strumento per la accumulazione di forze.
Marx sosteneva che un rivoluzionario deve essere capace di ascoltare l'erba crescere sotto i piedi, rilevando l'importanza dello sviluppo dei sensi, la virtù e la sottigliezza nell'apprendere dalla prassi rivoluzionaria. In Time è il frutto del suo contesto storico. È un film, una opera d'arte, che non è stata realizzata dieci anni addietro, nemmeno cinque. È stata realizzata ora, dopo l'accumulazione delle forze progressiste latinoamericane, dopo le rivolte in gran parte del mondo arabo, delle proteste in mezza Europa e nel cuore dell'impero usamericano o della lotta armata diretta dai comunisti in Oriente (16). In Time è figlia del suo tempo, ed i prati del domani ritorneranno a luccicare di verde se sapremo localizzarne le sementi e irrigare la speranza socialista.
Saremo capaci di distinguere il canto del domani dalla melma del presente o lo lasceremo affogare, ancora una volta, insieme alla mille volte affondata utopia del possibile? Sapremo distinguere il grano dal loglio?
Ci auguriamo di sì, che questa volta si possa davvero arrivare in tempo.
* Jon Juanma è lo pseudonimo di Jon E. Illescas Martínez, laureato in Belle Arti e ricercatore delle Industrie Culturali della Fundazione CajaMurcia (BMN) nella Università di Alicante e nella Università Complutense di Madrid (Stato spagnolo).
L’articolo è stato concluso il 21 dicembre 2011, anche se le statistiche riportano la data del 8 di questo mese. È pubblicabile liberamente con la licenza Creative Commons, sempre che si rispetti la totalità di tutto il testo, si citi l’autore e che comunque non si abbiano intenzioni di lucro nella sua riproduzione.
Note:
1. MARX, K. y ENGELS, F. (1994) La ideología alemana. Fuerbach. Contraposición entre la concepción materialista y la idealista. Valencia: Universitat de Valencia [1991, 1846].
2. “El precio del mañana” è la traduzione del titolo del film in alcuni paesi di lingua castigliana in America.
3. Le riprese sono avvenute a Bel Air, Malibu e Century City.
4. MARX, K. (2007) El capital (Libro I, tomo I). Madrid: Akal [1976, 1867].
5. MARX, K. y ENGELS, F. (1999) El manifiesto comunista. Barcelona: Los libros de la frontera [1996,1848].
6. LUKES, Steven (2007), El poder: un enfoque radical. Madrid: Siglo XXI [1974, 1985].
8. L’articolo contro il film dell’editorialista del New York Post: http://www.nypost.com/p/entertainment/movies/justin_time_n8O9x6obZzAktqh...
10. Lista dei giornalisti che hanno appoggiato il Partito Repubblicano ed il Partito Democratico: http://www.msnbc.msn.com/id/19113455/#.TuF6vDixLV0
11. Dati degli incassi fino al 6 dicembre 2011: http://boxofficemojo.com/movies/?id=now.htm
13. Il soma era un narcotico allucinogeno della Antica India, utilizzato in diversi riti religiosi.
14. Anche da parte di Bollywood, Al Jazera e in misura minore, ma crescente, da parte di certa programmazione della TV cubana per fare qualche esempio solo apparentemente shoccante.
15. senza consiederare che ci sono diversi modi per vederla ;)
16. Mi riferisco al caso dei naxaliti in India e dei maoisti arrivati al potere in Nepal.

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